Presentazione di Giuliana Paolucci - scenografa - Accademia delle Belle Arti di Roma
"Relitti combusti, appena usciti dal cratere di un vulcano, da un esplosione nucleare, da una pioggia acida. Pezzi, rottami, anneriti dal fumo di chissà quale ancestrale morte e chissà quale ancestrale nascita. Meccanismi, marchingegni, tubi sfaldati, bulloni, viti arrugginite… Ma ad uno sguardo più attento si colgono materiali affascinanti come la creta, ossidi iridescenti, fili di rame e smalti con bellissime sfumature. Cosa balenava nella testa del suo autore? schizofrenia, incubi che urlano per uscire ed essere così esorcizzati, attrazione per la civiltà tecnologica e i suoi prodotti? o forse brandelli di visioni di mondi sconosciuti o troppo noti? E' come se quest'attrazione convivesse contemporaneamente con la coscienza della fine, con la coscienza dell'incapacità della tecnologia di dare carne al desiderio dell'uomo. In qualche modo emerge il fascino per ciò che è ritrovato, rinvenuto, come un eco lontano. Forse si può rintracciare in tutto questo una poetica: "la poetica del relitto" da relictum latino col significato di qualcosa che è stato abbandonato, lasciato da solo. L'opera di Bonforti può suscitare sgomento perché fa immaginare una catastrofe che abbia preceduto l'andare alla deriva di questi pezzi o il loro non appartenere ad un insieme per noi significativo. Ma poi forme familiari o nessi conosciuti ci tranquillizzano e ci spingono oltre la nostra capacità di rappresentazione, nella categoria appunto della visione."